I GRUPPI DI INCONTRO CON LE FAMIGLIE

di Valentina Torri (psicoterapeuta)

Poco meno di due anni fa, all’interno della struttura PCA (Progetto Comunità Aperta) di Pietrasanta, io, psicologa del Centro, ho intrapreso l’esperienza dei Gruppi di Incontro per genitori che stanno vivendo o hanno vissuto la tossicodipendenza tra le mura domestiche, con la speranza di poter essere in qualche modo loro di aiuto e sostegno. Ad onor del vero quello che mi proponevo era riunire all’interno di questi gruppi non solo i genitori ma anche il resto dei familiari che gravitano intono alla figura del tossicodipendente. Ritengo fondamentale che l’intervento terapeutico nei confronti del tossicodipendente si estenda all’intero contesto nel quale il soggetto vive. La famiglia, anche se non può considerarsi causa della tossicomania, ha sicuramente un ruolo determinante sia nel mantenimento che nella risoluzione della stessa. Un tossicomane non solo deve risolvere il problema creatogli dall’abuso di sostanze, ma deve anche modificare lo stile di vita ad esso correlato; ciò implica un lavoro di riadattamento nel quale anche i familiari sono impegnati in una revisione continua del proprio modo di relazionarsi al figlio in terapia. Sento ad oggi la necessità di riflettere sull’esperienza fatta (e che ancora è in atto) cercando di sottolineare elementi che credo possano trasformarsi in utili spunti di riflessione e suggerimento di azione futura (mia e di colleghi).

Prima riflessione: come già ho scritto le porte del gruppo erano aperte non solo ai genitori ma alla famiglia tutta ma dopo pochi incontri mi sono dovuta rassegnare all’idea di vedere partecipare solamente la figura genitoriale. In verità un’unica figura genitoriale: la madre. E sottolineo: la madre del figlio maschio. Spesso i padri (e lo affermo per esperienza acquisita, oltre che sui libri, sul campo) rimangono piuttosto in ombra rispetto alle madri nell’affrontare la tossicodipendenza del figlio, non per menefreghismo o per minore capacità e sofferenza, ma quasi come per una differente posizione di ruolo familiare: una posizione che spesso viene vissuta sia dal padre stesso, che dalla moglie, indi dal figlio, come più marginale e dedita al controllo e alla punizione dei comportamenti tossicomanici.

La simbiosi e il rapporto di “odio-amore” che si instaura tra madre e figlio tossicodipendente, tanto frequente da poter essere definito tipico (ancor più frequente tra madre e figlio maschio), è il dato che in parte collego proprio al ruolo più emotivo-passionale-comunicativo che riveste la madre. Spesso il tossicodipendente guarda alla madre come all’amico/nemico che sempre lo attacca ma che comunque sempre lo riaccoglie e lo protegge. Sovente osservando le diadi madre-figlio sembra di avere di fronte una coppia di innamorati che si amano ma non trovano più da tanto tempo il giusto modo di comunicare; una coppia che non si arrende ma che al contempo dice di aver perso le speranze e non osa, non vuole o non sa chiedere aiuto. Il padre/marito è come se (inconsapevolmente) si ritrovi messo da parte ad osservare questa “coppia”, vivendosi emozioni quali la frustrazione, il dolore, la rabbia lasciandole spesso inespresse o agendole istintivamente sottoforma di comportamenti controllanti, punitivi, accusatori o al contrario di distacco. La presenza nel gruppo dei padri sarebbe stata quindi a mio avviso importante proprio per poter elaborare insieme determinati comportamenti e atteggiamenti nocivi e logoranti accumulati negli anni, rigidità di pensiero ed eventuali false credenze; valutare insieme possibili strategie di azione e reazione alla tossicodipendenza, facendo riscoprire alla coppia la voglia e il coraggio di lottare a quattro mani (sei mani, contando quelle indispensabili del figlio), sentendosi solidi alleati.
Noi operatori spesso utilizziamo il termine “riduzione del danno” riferendoci al nostro lavoro sui ragazzi tossicodipendenti; per riduzione del danno intendo riuscire a migliorare le condizioni di vita del tossicodipendente; vi sono diversi casi che, pur non potendosi ritenere completamente astinenti, riescono tuttavia, aiutati dalle terapie farmacologiche e da un sostegno psicologico, a mantenersi un lavoro (riducendo episodi di spaccio, borseggio e reati simili); inoltre, sottoponendosi a più frequenti controlli medici, riducono in parte la percentuale di malattia. Allo stesso modo utilizzerei il termine “riduzione del danno” riferendomi ai genitori: chiedendo direttamente alle mamme protagoniste quali miglioramenti hanno rilevato nella loro vita dopo la frequentazione del gruppo, la loro risposta è stata quella di aver trovato delle persone con le quali confrontarsi, discutere, rivelarsi o semplicemente sfogarsi.

Persone con le quali aprirsi è stato più facile in quanto provenienti da percorsi di eguale sofferenza e problematicità, con le quali meno difficile è stato aprire le porte della propria vita privata, forse perché meno spaventate dal peso del pregiudizio altrui che nelle famiglie dei tossicodipendenti è spesso schiacciante e bloccante. Riduzione del danno quindi nel senso che, anche se non è frequentando loro il gruppo che il loro figlio smette di abusare di sostanze, è comunque per queste donne divenuto importante avere un luogo sicuro dove poter essere se stesse e rimettersi in discussione: un punto di riferimento in un percorso di vita tanto impervio e devastato. L’idea di attivare un gruppo-genitori è nato proprio con l’intento di offrire un sostegno utile per uscire dall’isolamento e dall’impotenza; offre uno spazio di confronto/comprensione fra persone che vivono il medesimo problema; creare relazioni; promuovere una maggior consapevolezza ed una miglior comunicazione all’interno di ogni nucleo familiare come ulteriore risorsa nella cura della tossicodipendenza.

Il gruppo genitori può essere una concreta esperienza di incontro, di integrazione fra formale ed informale, fra tecnicismo e umanità, che permette a chi partecipa di passare dalla paura, dalla diffidenza, dalla vergogna ad un clima di solidarietà, vicinanza ed intimità. Al fine di tutto ciò auspicavo all’inizio di tale esperienza la presenza di più figure familiari oltre che delle madri, ma come già sottolineato in precedenza al momento ciò non è accaduto. Spero nel futuro possa cambiare la situazione.
Altra mia considerazione nasce dall’osservare la differenza nel tenere gruppi di incontro con familiari nel contesto comunitario o all’interno di contesti come il nostro centro (sorta di Sert privato). All’interno di una Comunità spesso lo psicologo prende in carico non solo il tossicodipendente ma l’intero suo gruppo familiare.

Questo nucleo, insieme ad altri nuclei ed anche singolarmente, intraprende parallelamente al figlio un percorso psico-sociale. Il figlio e la famiglia percorrono due binari di crescita che poi si uniscono in sedute o gruppi di incontro misti genitori/figli, dove avranno la possibilità di confrontarsi e ritrovarsi, nella netta consapevolezza di rimanere due entità separate ma pur sempre parti di uno stesso sistema. Fondamentale per poter risanare o perlomeno modificare i rapporti deteriorati, devastati o invischiati formatisi nel corso di una tossicodipendenza, è lavoro in parallelo svolto su figli e genitori; questo tipo di lavoro è molto difficoltoso realizzarlo all’interno di strutture come quella in cui lavoro: qui i ragazzi non sono residenti e non hanno da contratto, e come loro neanche le famiglie, l’imposizione di frequentare gruppi o di intraprendere un percorso psicologico se non richiesto dall’interessato (magari!) o se non imposto dalle prefetture o da programmi alternativi al carcere. Spesso quindi la madre inizia il percorso ma il figlio no, o viceversa il figlio intraprende un percorso psicologico-riabilitativo ma esclude da questo i propri familiari o essi spontaneamente non si presentano in struttura.

Non è detto che in futuro io non riesca a dar vita ad un gruppo di incontro per i nostri utenti, ma trovo in questa direzione la difficoltà di riunire insieme tossicodipendenti che oltre ad avere età assai diverse (ma questo non è un problema) arrivano qui con l’unico scopo di ricevere il farmaco, che, seppur indispensabile, spesso non basta per intraprendere un percorso di cambiamento. Sottolineo un dato interessante ai miei occhi: i figli delle poche mamme del gruppo (ad oggi solo 5 da un iniziale numero di 9) ogni qualvolta si avvicina il giorno dell’incontro, chiedono a me se la propria madre sarà presente, o si propongono di ricordarglielo loro stessi. Forse una loro speranza di poter vede cambiare qualcosa? Forse un loro bisogno di sentirsi in qualche modo ancora importanti per la propria famiglia? L’idea di mantenere ancora un filo di comunicazione anche tramite terzi?Lascio a chi legge la possibilità di provare a darsi una risposta.

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Una risposta a I GRUPPI DI INCONTRO CON LE FAMIGLIE

  1. Nando Melillo ha detto:

    Devo dire che l’esperienza dei gruppi promosso dalla dott.ssa a mio avviso si è rivelata una novità nel nostro gruppo. Per anni ci siamo concentrati sul fattore medico/farmacologico trascurando la parte di sostegno/supporto psicologico anche per le famiglie che spesso si sentono abbandonate. Nel corso di questi due anni ho potuto constatare che il gruppo è diventato un appuntamento fisso per queste mamme, le quali scambiandosi le loro esperienze, il gruppo diventa una sorta di autoterapia. Certo è un lavoro difficile, molto spesso questi genitori faticano a vedere il problema dei propri figli, alcuni sono reticenti (pochi) e tentano a delegare una situazione complessa ai medici o alle comunità terapeutiche.
    Incece, con le esperienze di questi anni ho potuto constatare che le famiglie hanno avuto e hanno un ruolo importante nell’educazione dei propri figli. Speso alcune dinamiche familiari critiche e mai risolte diventano determinanti per la riuscita di una terapia e poi di un recupero. Quindi il farmaco è importante e a mio avviso come lo è anche il supporto psicologico.
    Certo i bisogni del TD sono molteplici e spesso chi lavora con questi ragazzi non sempre riesce a dare delle risposte concrete perchè privi di risorse. A mio avviso dovremmo investire molto di piu’ per queste persone, le quali hanno anche delle potenzialità da “sfruttare”, mentre le istituzioni investono pochissimo esempio;
    è il caso delle borse lavoro attivate dai comuni che diventano un vero sfruttamento per queste persone,li fanno lavorare senza nessuna formazione professionale è finito il contributo economico il ragazzo si ritrova nella stesso posizione di prima vale a dire solo!
    L’appello è di mettere a disposizione piu risorse economiche (magari riducendo gli stipendi dei superdirettori etc etc)e ci troveremo una società migliore anche sotto il profilo criminale. Ricordiamo che le carceri sono piene di TD detenuti per piccoli reati,spesso lasciati al loro destino e quando scarcerati sono pieni di BDZ somministrate da dottori senza scrupoli!
    Quanto costano al contrubuente, non sarebbe meglio investire prima?
    insomma,per chiudere un luogo comune
    PREVENIRE E MEGLIO CHE CURARE

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