giugno 7, 2011


Droga, la svolta dei grandi del mondo “E’ il momento di legalizzarla”

giugno 2, 2011

Clamoroso cambiamento di strategia nel rapporto della Global Commission on Drug Policy dopo gli anni della repressione che hanno rappresentato un fallimento. “Va trattata come una questione sanitaria”. Nell’organismo Kofi Annan, Paul Volcker, Mario Vargas Llosa, Richard BransonNEW YORK – Cinquant’anni di guerra alla droga hanno fallito e all’Onu non resta che prenderne atto. Dicendo basta alla criminalizzazione e trattando l’emergenza mondiale per quello che è: una questione sanitaria. Di più: legalizzando il commercio delle sostanze stupefacenti – a partire magari dalla cannabis. Firmato: l’ex presidente dell’Onu che di questa politica fallimentare è stato uno dei responsabili, cioè Kofi Annan. Ma anche Ferdinando Cardoso, George Schultz, George Papandreu, Paul Volcker, Mario Varga Llosa, Branson. I grandi del mondo della politica, dell’economia e della cultura mondiale – che certo nessuno si sognerebbe mai di associare a un battagliero gruppo di fumati antiproibizionisti.

La clamorosa dichiarazione verrà resa nota oggi a New York in una conferenza stampa: il primo atto di una grande campagna mondiale che raccoglie e rilancia tante idee di buon senso che troppi governi (compresi quelli che loro amministravano) continuano a negare. Lo slogan è efficace: “Trattare i tossicodipendenti come pazienti e non criminali”. E l’obiettivo è più che ambizioso: cambiare radicalmente i mezzi che Stati e organismi internazionali hanno fin qui inutilmente seguito per sradicare la tossicodipendenza. Il traguardo è una petizione da milioni di firme che verrà presentata proprio alle Nazioni Unite per adottare le clamorose conclusioni dei “saggi”: su cui certamente si scatenerà adesso un dibattito internazionale.

“La guerra mondiale alla droga ha fallito con devastanti conseguenze per gli individui e le comunità di tutto il mondo” si legge nel rapporto presentato dalla Global Commission on Drug Policy. “Le politiche di criminalizzazione e le misure repressive – rivolte ai produttori, ai trafficanti e ai consumatori – hanno chiaramente fallito nello sradicarla”. Non basta. “Le apparenti vittorie nell’eliminazione di una fonte di traffico organizzato sono annullate quasi istantaneamente dall’emergenza di altre fonti e trafficanti”. Basta dare un’occhiata alle statistiche raccolte dal rapporto. Nel 1998 il consumo di oppiacei riguardava 12.9 milioni di persone: nel 2008 17.35 milioni – per un incremento del 34.5 per cento. Nel 1998 il consumo di cocaina riguardava 13.4
milioni: dieci anni dopo 17 milioni – 27 per cento in più. Nel 1998 la cannabis era consumata da 147.4 milioni di persone: dieci anni dopo da 160 milioni – l’8.5 per cento in più. Sono i numeri di una disfatta.

A cui si accompagna un’altra debacle. “Le politiche repressive rivolte al consumatore impediscono misure di sanità pubblica per ridurre l’Hiv, le vittime dell’overdose e altre pericolose conseguenze dell’uso della droga”. Da un’emergenza sanitaria a un’altra: un disastro che è anche un tragico spreco. “Le spese dei governi in futili strategie di riduzione dei consumi distraggono da investimenti più efficaci e più efficienti”. L’elenco delle personalità coinvolte è impressionate. Il panel è l’organismo che a più alto livello si sia mai pronunciato sul fenomeno: tutti esponenti della società politica e civile internazionali che prima o poi si sono occupati ciascuno nel proprio campo dell’emergenza. Da Kofi Annan all’ex commissario Ue Javier Solana. Dall’ex segretario di Stato Usa George P. Schultz all’imprenditore miliardario e baronetto Richard Branson. Dal Nobel Vargas Llosa all’ex presidente della Fed Paul Volcker. Ci sono quattro ex presidenti: il messicano Ernesto Zedillo, il brasiliano Fernando Cardoso, il colombiano Cesar Gaviria, la svizzera Ruth Dreifuss. C’è l’ex premier greco George Papandreu. C’è lo scrittore messicano Carlos Fuentes. C’è il banchiere e presidente del Memoriale di Ground Zero John Whitehead. La loro voce sarà rilanciata adesso dall’organizzazione no profit Avaaz che conta già nove milioni di iscritti in tutto il mondo.

Non è solo la denuncia del fallimento della politica internazionale. E’ anche la prima sistematica proposta di una risposta globale. Invitando i governi a sperimentare “forme di regolarizzazione che minino il potere delle organizzazione criminali e salvaguardino la salute e la sicurezza dei cittadini”. Ma anche di quelle persone negli ultimi gradi del sistema criminale: “Coltivatori, corrieri e piccoli rivenditori: spesso vittime loro stessi della violenza e dell’intimidazione – oppure essi stessi tossicodipendenti”. Il rapporto presenta e analizza una serie di “casi critici” dall’Inghilterra agli Usa passando per la Svizzera e i Paesi bassi. Evidenziando quattro principi.

Principio numero uno: le politiche antidroga devono essere “improntate a criteri scientificamente dimostrati” e devono avere come obiettivo “la riduzione del danno”. Principio numero due: le politiche antidroga devono essere “basate sul rispetto dei diritti umani” mettendo fine alla “marginalizzazione della gente che usa droghe” o è coinvolta nei livelli più bassi della “coltivazione, produzione e distribuzione”. Principio numero tre: la lotta alla droga va portata avanti a livello internazionale ma “prendendo in considerazione le diverse realtà politiche, sociali e culturali”. Non sorprende il coinvolgimento di tante personalità dell’America Latina: quell’enorme mercato che finora si è cercato di sradicare soltanto a colpi di criminalizzazione e che è invece – dice proprio l’ex presidente colombiano Gaviria “il risultato di politiche antidroga fallimentari”. Principio numero quattro: la polizia non basta e le politiche antidroga devono coinvolgere dalla famiglia alla scuola. “Le politiche fin qui seguite hanno soltanto riempito le nostre celle – dice Branson, l’inventore del marchio Virgin – costando milioni di dollari ai contribuenti, rafforzando il crimine e facendo migliaia di morti”.

E’ una rivoluzione. Sostanziata dalle raccomandazioni contenute nei principi. Una su tutte: “Sostituire la criminalizzazione e la punizione della gente che usa droga con l’offerta di trattamento sanitario”. Come? “Incoraggiando la sperimentazione di modelli di legalizzazione” a partire dalla cannabis. L’appello è secco. Bisogna “rompere il tabà sul dibattito e sulla riforma” dicono i saggi. Che concludono con uno degli slogan che hanno portato alla Casa Bianca Barack Obama: “The time is now”. Il momento è questo. Non abbiamo già buttato cinquant’anni?
(02 giugno 2011)


I GRUPPI DI INCONTRO CON LE FAMIGLIE

aprile 22, 2011

di Valentina Torri (psicoterapeuta)

Poco meno di due anni fa, all’interno della struttura PCA (Progetto Comunità Aperta) di Pietrasanta, io, psicologa del Centro, ho intrapreso l’esperienza dei Gruppi di Incontro per genitori che stanno vivendo o hanno vissuto la tossicodipendenza tra le mura domestiche, con la speranza di poter essere in qualche modo loro di aiuto e sostegno. Ad onor del vero quello che mi proponevo era riunire all’interno di questi gruppi non solo i genitori ma anche il resto dei familiari che gravitano intono alla figura del tossicodipendente. Ritengo fondamentale che l’intervento terapeutico nei confronti del tossicodipendente si estenda all’intero contesto nel quale il soggetto vive. La famiglia, anche se non può considerarsi causa della tossicomania, ha sicuramente un ruolo determinante sia nel mantenimento che nella risoluzione della stessa. Un tossicomane non solo deve risolvere il problema creatogli dall’abuso di sostanze, ma deve anche modificare lo stile di vita ad esso correlato; ciò implica un lavoro di riadattamento nel quale anche i familiari sono impegnati in una revisione continua del proprio modo di relazionarsi al figlio in terapia. Sento ad oggi la necessità di riflettere sull’esperienza fatta (e che ancora è in atto) cercando di sottolineare elementi che credo possano trasformarsi in utili spunti di riflessione e suggerimento di azione futura (mia e di colleghi).

Prima riflessione: come già ho scritto le porte del gruppo erano aperte non solo ai genitori ma alla famiglia tutta ma dopo pochi incontri mi sono dovuta rassegnare all’idea di vedere partecipare solamente la figura genitoriale. In verità un’unica figura genitoriale: la madre. E sottolineo: la madre del figlio maschio. Spesso i padri (e lo affermo per esperienza acquisita, oltre che sui libri, sul campo) rimangono piuttosto in ombra rispetto alle madri nell’affrontare la tossicodipendenza del figlio, non per menefreghismo o per minore capacità e sofferenza, ma quasi come per una differente posizione di ruolo familiare: una posizione che spesso viene vissuta sia dal padre stesso, che dalla moglie, indi dal figlio, come più marginale e dedita al controllo e alla punizione dei comportamenti tossicomanici.

La simbiosi e il rapporto di “odio-amore” che si instaura tra madre e figlio tossicodipendente, tanto frequente da poter essere definito tipico (ancor più frequente tra madre e figlio maschio), è il dato che in parte collego proprio al ruolo più emotivo-passionale-comunicativo che riveste la madre. Spesso il tossicodipendente guarda alla madre come all’amico/nemico che sempre lo attacca ma che comunque sempre lo riaccoglie e lo protegge. Sovente osservando le diadi madre-figlio sembra di avere di fronte una coppia di innamorati che si amano ma non trovano più da tanto tempo il giusto modo di comunicare; una coppia che non si arrende ma che al contempo dice di aver perso le speranze e non osa, non vuole o non sa chiedere aiuto. Il padre/marito è come se (inconsapevolmente) si ritrovi messo da parte ad osservare questa “coppia”, vivendosi emozioni quali la frustrazione, il dolore, la rabbia lasciandole spesso inespresse o agendole istintivamente sottoforma di comportamenti controllanti, punitivi, accusatori o al contrario di distacco. La presenza nel gruppo dei padri sarebbe stata quindi a mio avviso importante proprio per poter elaborare insieme determinati comportamenti e atteggiamenti nocivi e logoranti accumulati negli anni, rigidità di pensiero ed eventuali false credenze; valutare insieme possibili strategie di azione e reazione alla tossicodipendenza, facendo riscoprire alla coppia la voglia e il coraggio di lottare a quattro mani (sei mani, contando quelle indispensabili del figlio), sentendosi solidi alleati.
Noi operatori spesso utilizziamo il termine “riduzione del danno” riferendoci al nostro lavoro sui ragazzi tossicodipendenti; per riduzione del danno intendo riuscire a migliorare le condizioni di vita del tossicodipendente; vi sono diversi casi che, pur non potendosi ritenere completamente astinenti, riescono tuttavia, aiutati dalle terapie farmacologiche e da un sostegno psicologico, a mantenersi un lavoro (riducendo episodi di spaccio, borseggio e reati simili); inoltre, sottoponendosi a più frequenti controlli medici, riducono in parte la percentuale di malattia. Allo stesso modo utilizzerei il termine “riduzione del danno” riferendomi ai genitori: chiedendo direttamente alle mamme protagoniste quali miglioramenti hanno rilevato nella loro vita dopo la frequentazione del gruppo, la loro risposta è stata quella di aver trovato delle persone con le quali confrontarsi, discutere, rivelarsi o semplicemente sfogarsi.

Persone con le quali aprirsi è stato più facile in quanto provenienti da percorsi di eguale sofferenza e problematicità, con le quali meno difficile è stato aprire le porte della propria vita privata, forse perché meno spaventate dal peso del pregiudizio altrui che nelle famiglie dei tossicodipendenti è spesso schiacciante e bloccante. Riduzione del danno quindi nel senso che, anche se non è frequentando loro il gruppo che il loro figlio smette di abusare di sostanze, è comunque per queste donne divenuto importante avere un luogo sicuro dove poter essere se stesse e rimettersi in discussione: un punto di riferimento in un percorso di vita tanto impervio e devastato. L’idea di attivare un gruppo-genitori è nato proprio con l’intento di offrire un sostegno utile per uscire dall’isolamento e dall’impotenza; offre uno spazio di confronto/comprensione fra persone che vivono il medesimo problema; creare relazioni; promuovere una maggior consapevolezza ed una miglior comunicazione all’interno di ogni nucleo familiare come ulteriore risorsa nella cura della tossicodipendenza.

Il gruppo genitori può essere una concreta esperienza di incontro, di integrazione fra formale ed informale, fra tecnicismo e umanità, che permette a chi partecipa di passare dalla paura, dalla diffidenza, dalla vergogna ad un clima di solidarietà, vicinanza ed intimità. Al fine di tutto ciò auspicavo all’inizio di tale esperienza la presenza di più figure familiari oltre che delle madri, ma come già sottolineato in precedenza al momento ciò non è accaduto. Spero nel futuro possa cambiare la situazione.
Altra mia considerazione nasce dall’osservare la differenza nel tenere gruppi di incontro con familiari nel contesto comunitario o all’interno di contesti come il nostro centro (sorta di Sert privato). All’interno di una Comunità spesso lo psicologo prende in carico non solo il tossicodipendente ma l’intero suo gruppo familiare.

Questo nucleo, insieme ad altri nuclei ed anche singolarmente, intraprende parallelamente al figlio un percorso psico-sociale. Il figlio e la famiglia percorrono due binari di crescita che poi si uniscono in sedute o gruppi di incontro misti genitori/figli, dove avranno la possibilità di confrontarsi e ritrovarsi, nella netta consapevolezza di rimanere due entità separate ma pur sempre parti di uno stesso sistema. Fondamentale per poter risanare o perlomeno modificare i rapporti deteriorati, devastati o invischiati formatisi nel corso di una tossicodipendenza, è lavoro in parallelo svolto su figli e genitori; questo tipo di lavoro è molto difficoltoso realizzarlo all’interno di strutture come quella in cui lavoro: qui i ragazzi non sono residenti e non hanno da contratto, e come loro neanche le famiglie, l’imposizione di frequentare gruppi o di intraprendere un percorso psicologico se non richiesto dall’interessato (magari!) o se non imposto dalle prefetture o da programmi alternativi al carcere. Spesso quindi la madre inizia il percorso ma il figlio no, o viceversa il figlio intraprende un percorso psicologico-riabilitativo ma esclude da questo i propri familiari o essi spontaneamente non si presentano in struttura.

Non è detto che in futuro io non riesca a dar vita ad un gruppo di incontro per i nostri utenti, ma trovo in questa direzione la difficoltà di riunire insieme tossicodipendenti che oltre ad avere età assai diverse (ma questo non è un problema) arrivano qui con l’unico scopo di ricevere il farmaco, che, seppur indispensabile, spesso non basta per intraprendere un percorso di cambiamento. Sottolineo un dato interessante ai miei occhi: i figli delle poche mamme del gruppo (ad oggi solo 5 da un iniziale numero di 9) ogni qualvolta si avvicina il giorno dell’incontro, chiedono a me se la propria madre sarà presente, o si propongono di ricordarglielo loro stessi. Forse una loro speranza di poter vede cambiare qualcosa? Forse un loro bisogno di sentirsi in qualche modo ancora importanti per la propria famiglia? L’idea di mantenere ancora un filo di comunicazione anche tramite terzi?Lascio a chi legge la possibilità di provare a darsi una risposta.


Hello world!

luglio 22, 2007

Welcome to WordPress.com. This is your first post. Edit or delete it and start blogging!


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.